Loro sono noi e noi siamo loro

Visita alla mostra "Amazônia" di Sebastião Salgado

I lavori di Sebastião Salgado ― il famoso fotografo brasiliano ― hanno avuto un grande importanza nella mia scelta di diventare una fotografa. Ieri, dopo anni che studio le sue fotografie sui libri, ho finalmente avuto la possibilità di visitare anche una sua grande mostra: Amazônia, in corso al MAXXI di Roma, curata e allestita dalla moglie, Lélia Wanick Salgado.

In Amazônia ― così come nell’omonimo libro edito da Taschen ― le oltre 200 fotografie esposte, realizzate in un arco temporale di otto anni, raccontano i suoi 48 viaggi attraverso la foresta amazzonica ― il “Polmone Verde” del mondo ― alla ricerca di quelle popolazioni che preservano ancora un forte legame con la Madre Terra.

La foresta amazzonica è infatti popolata da almeno 200 gruppi etnici riconosciuti, più molti altri isolati o mai contattati, che vivono in simbiosi con migliaia di specie animali e vegetali.

Le alte aspettative che avevo non sono state deluse. Quello che ci regala Sebastião Salgado è una vera e propria immersione in qualcosa che ci fa pensare al paradiso terrestre, al principio dell’umanità e della vita.

Anche il paesaggio musicale di Jean-Michel Jarre ― che accompagna i visitatori lungo il percorso espositivo ― svolge un ruolo importante permettendo allo spettatore di immergersi nella foresta attraverso tutti i sensi: l’atmosfera evoca l’odore del fumo delle pipe, il sapore del pesce, la freschezza dell’acqua del fiume.

E poi ci sono i ritratti di chi la foresta la abita, la cura e la venera. Nonostante l’ostacolo linguistico e culturale che li divide (e che un po’ lo spaventava), Sebastião Salgado è in grado di ritrarre la loro forza e dignità ― senza mai cadere nei cliché del “poverty porn” ― comunicando con loro e svelando ciò che a loro ci accomuna: le nostre emozioni sono le stesse che loro provano, amiamo allo stesso modo, loro sono noi e noi siamo loro.

Ogni dettaglio di Amazônia sembra studiato per farci rivivere quello che in altri luoghi del mondo è stato perso nel corso dei secoli: la sacralità del matrimonio tra Uomo e Natura. Allo stesso tempo la mostra fa risuonare un avvertimento e un grido di aiuto: la bellezza di questo pianeta deve essere preservata, non distrutta, sfruttata, bruciata.

Ma ― proprio a causa della Bellezza che sprigiona da ogni sua immagine ― da anni Sebastião Salgado viene anche criticato: viene definito un esteta, troppo concentrato su una ricerca estetica che anestetizza il dolore e le problematiche che lui stesso denuncia.

Amazônia è stata addirittura definita “un mero esercizio di stile”, con un uso del bianco e nero “fortemente emotivo” che crea una “spettacolarizzazione della natura”: questo ― sempre a detta dei critici ― “pone in discussione il valore etico e antropologico del suo intero lavoro”.

Un’opinione critica ― di Maurizio G. De Bonis ― sull’opera di Sebastião Salgado in questo video di CultFrame – Arti Visive 

Pur se non sono d’accordo con le critiche mosse, anch’io nella mostra ho percepito l’assenza di un “pezzo”: la devastazione e le problematiche causate dalla deforestazione vengono descritte attraverso i testi e le testimonianze dei locali, ma mai attraverso la fotografia.

Credo che anche il ruolo degli abitanti di questi luoghi paradisiaci ― le persone maggiormente colpite dalla devastazione in atto ― sia un po’ marginale: solo 109 foto per dieci popoli, rispetto alle 95 dedicate ai paesaggi. Anche le dimensioni delle stampe a loro dedicate sono notevolmente ridotte rispetto a quelle di carattere più paesaggistico.

Inoltre, la scelta di attirare l’attenzione dello spettatore utilizzando degli sfondi neri nei ritratti, mi ha lasciato un po’ perplessa. Pur se l’espressività e la forza delle popolazioni indigene rimane prepotentemente impressa nella memoria, la rimozione del contesto naturale può essere percepita come una mancanza, in quanto parte fondamentale della loro identità.

Sebastião Salgado ha giustificato le sue scelte in numerose interviste: come sostiene anche in Genesis ― il suo precedente progetto ― la natura non è contemplativa. Nemmeno è indifferente all’uomo. La natura è un organismo vivente e sofferente, il cui legame con l’uomo non potrà mai essere completamente reciso.

A lui non interessa alimentare la fame dei media con le ennesime immagini strappalacrime o catastrofiche. Lui vuole contribuire a risanare il legame tra gli esseri umani e la natura attraverso lo stupore che genera in coloro che osservano le sue fotografie. Lui vuole convincerci che esiste un paradiso da proteggere. Quel paradiso si chiama Terra.