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La rappresentazione delle minoranze nella fotografia.

Estratto da un articolo originalmente pubblicato nel primo numero di #WeAreNebua, il magazine di Nebua World  / Testo di Luisa Wizzy Casagrande / Fotografie di Giulia Zhang, Dorin Mihai e Claudio Maria Lerario – Ayzoh! / Hanno collaborato Aida Aicha Bodian, Federica D’Alessio e Massimo Modesti.


[…] Un tempo si diceva che il compito più nobile del giornalismo (di qualità) era quello di essere il “cane da guardia del potere”. Quando rafforza chi il potere già lo possiede, quando non riesce a riflettere le strutture diversificate delle società, quando restituisce colpevolmente o acriticamente una falsa rappresentazione delle minoranze… il giornalismo abdica al suo ruolo e diventa direttamente responsabile. I media hanno una grande responsabilità nell’alimentare le distanze sociali che già separano i diversi gruppi.

Le cose cambiano poco nel mondo della fotografia. Il valore di una fotografia va oltre la rivista, il giornale o la pagina web in cui è inserita: entra a far parte di quel racconto del mondo che si genera collettivamente e che, con il tempo, diventa documento storico. Affinché questo racconto sia il più possibile onesto è necessario che anche i fotoreporter siano consapevoli delle carenze del loro settore e della loro diretta responsabilità nella costruzione di un futuro più inclusivo.

Ho chiesto ai fotografi di Ayzoh! — l’organizzazione, che ha creato #WeAreNebua, specializzata in progetti editoriali per piccole comunità resilienti e/o marginalizzate di tutto il mondo — quale sia, in Italia, il vero rapporto, oggi, tra la rappresentazione e la fotografia. Ne è uscito un quadro davvero esaustivo e interessante.

In Ayzoh! — mi dicono quasi in coro Giulia Zhang, Claudio Maria Lerario e Dorin Mihai, co-fondatori dell’organizzazione — siamo perfettamente consapevoli di come le minoranze siano scarsamente e malamente rappresentate dai e, soprattutto, nei media mainstream italiani.

Noi per primi vogliamo redazioni più inclusive dove ogni tipo di opinione e diversità possa essere raccontato da chi i problemi li vive direttamente sulla propria pelle.

Ma, su quello, il nostro potere di cambiamento è nullo. Noi possiamo solo parlare di ciò che facciamo: delle immagini che creiamo, dei reportage che produciamo o delle pubblicazioni di cui siamo direttamente responsabili. Qui parliamo quindi di rappresentazione e fotografia dal punto di vista di chi ha creato la gran parte dei contenuti visuali di questa pubblicazione.

La fotografia è un linguaggio: come tale, è soggettiva. Essa non restituisce la verità assoluta: chi sta dietro a una fotocamera offre una visione dei fatti che è sempre parziale. Ogni immagine riflette quindi solo la realtà che possiamo o che scegliamo di mostrare.

Anche dal punto di vista dello spettatore, del lettore o del fruitore delle immagini, l’essenza stessa del termine “rappresentazione” implica una visione differenziata e una pluralità di interpretazioni. Il termine “corretta rappresentazione”, semplicemente, indica qualcosa che non può esistere.

Questo perché la “rappresentazione” — di fatti, individui, gruppi sociali e culture — oltre a non essere mai neutrale, può essere influenzata da infiniti fattori tra i quali l’atmosfera politica, sociale e culturale di un particolare periodo storico.

In questo periodo storico il concetto di “rappresentazione” è influenzato da quello di “identitarismo”: un’ideologia che non fa altro che replicare un loop ombelicale dove non c’è spazio per altro che non sia il proprio sé, di cui gli altri sono soltanto un’estensione.

Ayzoh! segue una visione opposta. Abbiamo scelto di abbracciare uno stile narrativo che tenta di restituire un’idea antica e universale: quella di una “comune umanità”, formata da molteplici identità in costante evoluzione e interconnesse tra loro.

Allo stesso tempo, prendiamo le distanze dai cliché che girano intorno al mondo dello storytelling: non diamo voce ai “senza-voce”: non esistono, tutti hanno una voce. Esistono solo i discriminati, i repressi e gli inascoltati. Inoltre, con il nostro lavoro non vogliamo “to empower” o “rappresentare” nessuno: sarebbe arrogante e ingenuo il solo pensarlo.

L’unico nostro dovere è quello di raccontare — con i mezzi che abbiamo e dal nostro punto di vista — la complessità del mondo e le sue contraddizioni, facendo tutto il possibile per restituire una immagine dell’Altro nella sua concretezza, nella sua dignità, nella sua diversità, nella pienezza della sua storia individuale e collettiva.

Nella fotografia — soprattutto in quella documentaria o di reportage — il rispetto per l’Altro è il confine invalicabile. Al di fuori di esso non ci dovrebbero essere limiti e tanto meno ci dovrebbe essere posto per le identity politics: pur se possono avere un certo peso per quanto riguarda l’accesso a determinati luoghi o situazioni, etnia e genere sono totalmente ininfluenti dal punto di vista di una interpretazione della realtà che sia il più possibile onesta e svincolata da cliché e stereotipi.

Si può senz’altro giudicare un lavoro dal punto di vista del messaggio che trasmette, dell’estetica o della tecnica utilizzata. Farlo però su basi identitarie è sempre sbagliato. Lo sguardo è sempre e solo determinato dalla sensibilità di chi racconta oltre che dal suo grado di empatia, dalla sua storia individuale, dalla sua esperienza sul campo, dalle capacità tecniche, dai fini che persegue e dalla conoscenza del contesto in cui opera.

La prova? Le fotografie di #WeAreNebua sono state scattate da un gruppo eterogeneo di persone appartenenti a diversi generi ed etnie. Forse, chi sa chi siamo, riuscirà a riconoscere l’autore dal particolare stile di ognuno di noi. Però, sfidiamo chiunque non ci conosca a guardare le immagini e a determinare con certezza origini, colore o genere di chi le ha realizzate. […]


Grazie a Leica Camera Italia. Oltre che su #WeAreNebua, l’articolo completo — scritto da Luisa Wizzy Casagrande — si può anche leggere qui, sul blog Metissage SangueMisto.

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